29.6.16

L’amicizia


La parola “amicizia”, come il rapporto che rappresenta, va maneggiata con cura, ha il suo senso anche nel silenzio. Faccio una distinzione tra conoscenti e amici, che non sono nemici. Gli amici non hanno gradi, l'unica differenza tra loro sta nel numero degli anniversari. L’amicizia va oltre a quello che ferma un'altra relazione. Quando esiste, c’è.
Le prime amicizie nascono tra compagni di scuola, già all’età delle elementari si è in grado di avvertire le preferenze con chi dividere la merenda. Sentire la frase “Dovete fare amicizie solo tra bambini della stessa classe”, pronunciata da una maestra che ovviamente aveva delle lacune nella qualità d’insegnamento, poteva procurare dei danni e non far comprendere che l’amicizia va ben oltre i limiti dei compartimenti stagni. Per fortuna, in quel caso, gli amici incontrati sulla strada negli anni a seguire hanno rimediato alla stupidità di questa benpensante.
L’intensità e soprattutto l’onestà nei momenti condivisi hanno un’importanza che sopperisce a qualsiasi lontananza sopraggiunta. Questa forza si percepisce quando si cambia residenza e grazie alla tecnologia d’oggi si prosegue lo stesso cammino, ci si appoggia sul passato vissuto dell’amicizia, quando si poteva sentire il calore dell’abbraccio fisico. E' così che le parole, “Passerà, non ti preoccupare, è stato un imbecille”, acquistano un reale senso di consolazione anche da lontano.
Se s’impara la gestione dei rapporti distanti, con quelli vicini è facile. Quando ti confidi, un amico ti aiuta ad asciugare le lacrime e va a prendere un pezzo di torta, poi sta a chiacchierare con te una nottata finché ti passa o ti addormenti sul divano. L'indomani entrambi gli amici ti chiameranno per sentire come stai e potrai rispondergli che grazie a loro va meglio.
S’impara a correre senza fatica da un amico perché ha bisogno. Non ti pesa, ti passa il sonno, vai, anche se piove, non ci stai pensare, nemmeno a come mai si sia cacciato in quella situazione. Si va perché un amico chiama te, la persona di cui si fida e con la quale ci tiene a stare non solo quando tutto va bene. L’amicizia si condivide, anche se abita su Whatsapp o Facebook, nella parte opposta della città, in una diversa nazione e non solo dietro casa tua.
“Sì, sono nostri fratelli, perché gli amici li scegliamo da soli” si vociferava nell'ex Cecoslovacchia, nel vecchio regime sotto i parenti russi, quando si doveva stare attenti a come si parlava, non si sapeva mai di chi fossero le orecchie. Avere un amico una volta era prezioso ma diffuso, sembrano "giga-secondi" fa.
Oggi si stenta a dichiarare la verità dritta negli occhi per paura, come se si dovesse essere fucilati, e le chiacchiere vuote ed egocentriche deturpano la capacità di riconoscere l’amicizia, diventata rara, pure indesiderata e malfamata nella tristezza di rimanere isolati. Hai voglia a pensare al numero di Dunbar, al fatto che il tuo cervello è in grado di gestire al massimo 150 relazioni speciali ("da conto" come si dice in Piemonte), se non esci dal tuo guscio e continui a proclamare che l'amicizia non esiste.
È come nell'ormai vecchio film “La storia infinita”, dove viene a mancare la fantasia e al suo posto dilaga il nulla. L’amicizia, la poca rimasta, fa fatica ad essere creduta, forse dovrebbe presentarsi con qualche innovazione improvvisata, come un augurio di buon Natale in piena estate e, se le chiedessero il perché, potrebbe rispondere “Tanto per vedere che effetto fa”. Dovessero rimanere ancora zitti, allora va aggiunto “È una forma di un recupero, che tra amici va sempre bene”. 

13.6.16

Abito a Torino



Sì, mi piace stare a Torino. È la città della comunicazione, ne sono convinta, però bisogna stare attenti. Domenica, una bella giornata, si sta in giro con degli amici e si parla proprio della comunicazione in tutte le sue forme, compresa quella del corpo, i suoi movimenti (messaggi di noi), è un biglietto da visita, abbigliamento compreso. Lo stile più che un marchio rivela il suo portatore, se faccia parte di un certo tipo di gregge, indifferente, oppure uno stilista di se stesso, sensibile, o un artista. Io ho sempre sostenuto l’importanza della camminata e dello sguardo in avanti, di sapere il fatto proprio e non avere problemi di autostima. Parlando di abbigliamento come elemento importante, la vetrina in anteprima degli stili proposti è la passerella, con le sue leggi comportamentali seguite per una perfetta presentazione. Seppur cambino i modi e la camminata non sia più una sola, lo sguardo rimane lo stesso. Dritto, impassibile e fiero nello stesso momento. Ovviamente il percorso della passerella è liscio e, non ci pensavo, è raro vedere le modelle volare.
Invece camminando per le vie della città bisogna avere bene in mente che non è il percorso adatto per guardare fiere in avanti, con la schiena dritta godendosi il panorama o una chiacchierata con un amico. Quando si cammina per la città bisogna tenere lo sguardo attento verso terra, tenere sotto controllo le buche, perché si rischia di planare poco elegantemente e soprattutto molto dolorosamente. Sono già stata la testimone di qualche donna caduta con la spesa in equilibrio. Meno concentrate sulle cavità, le fessure, i ciottoli mancanti o la pavimentazione strabordante che forma dei veri scalini, cadevano con un botto e gli alimenti finivano sparsi a terra. Aiutavo a raccoglierli e chiedevo come stesse la malcapitata credendo poi al fatto che stesse bene. Accertandosi di non aver rotto niente e dopo aver controllato il raccolto, proseguivano la strada.
Che stupida idea essere curiosi, osservatori, e intanto seguire certe idee di comunicazione. Serve a farsi del male. Il peggio è che lo senti il giorno dopo. Non so quale dei ginocchi sia più indolenzito oggi, il gomito sbucciato che ovviamente non sanguina più non è di gran conforto, perché sento ammaccature ovunque e mi chiedo se sono rotta dentro da qualche parte perché, diamine, mi fa male anche il collo. Così so come ci si sente a planare per Torino a distanza ravvicinata e so anche di dover cambiare l’abitudine di guardare in giro. 
Ecco, niente sguardo fiero di donna forte, in avanti, neanche quello disinvolto di una donna con un’alta stima di se stessa. Curvare la schiena e guardarsi i piedi, almeno si arriva a casa illesi. Il rovescio del risultato potrebbe essere quello di essere considerata una donna tranquilla e timida, l’esuberanza del mio carattere, un rinvenimento.

29.5.16

UN MOTIVO PER RINGRAZIARE

Per italo-ceco con ogni 29 del mese una nostalgica per le Follie al femminile



Qualche giorno fa ho chiacchierato con una signora in un pullman sul dover ringraziare la vita diventata così difficile. Lei sosteneva di dover ringraziare appena ci si sveglia per un altro giorno che ci è concesso vivere.
Ho pensato prima a tutti quelli che conosco, di prima mattina sono talmente in fretta e pure già in ritardo, allora pensare a com'è bello vivere sfugge. C’è uno stratagemma, un bigliettino incollato sullo specchio del bagno, la prima cosa che si riesce ad avvistare appena svegli e contenente la frase più importante per la nostra vita, con lo scopo di mettercela bene in testa. L’immagine da leggere tutte le mattine “Ringrazia perché sei vivo” diventa un misero carburante, ha più dello striscione post incubo.
Io personalmente al mattino ho il problema di tornare ad essere vitale. Probabilmente non dormo a sufficienza o il mio corpo desidera dormire in esubero e non riesce ad abituarsi facilmente all'idea di un’attività frenetica dopo quel bel calduccio nel letto. Dopo il terzo suono della sveglia non ho scampo e passo ad accendere la caffettiera per riempire una bella tazza. Insomma, la mia giornata comincia ben oltre lo specchio del bagno e dopo aver dovuto affrontare diversi pensieri come l’occhiata fuori della finestra che mi prospetta una giornata nuvolosa o peggio ancora fredda, perché sono una persona meteoropatica, con la conseguente malinconia davanti ai vetri piovosi che mi portano la visione dell’abbassamento della mia produttività, dovuto alle intemperie della natura.
Invece quando mi avvolgo in un maglione di più o mi riparo sotto un ombrello largo, quello che a Torino urta i passanti e nonostante tutto ho la fortuna di incontrare una persona solare che non bada all'umidità e finisco una qualsiasi produzione, allora in questione di ringraziamenti devo dare ragione a un’altra signora, quella intravista su Facebook dove ha consigliato di tenere un diario dei ringraziamenti e annotarci tutte quelle positività, dalle più piccole alle più complesse, raccolte durante tutta la giornata e quindi la sera!
Inizialmente ne bastano tre, gesti semplici, da quello del signore che mi ha tenuto il portone aperto perché mi ha vista arrivare, fino alla riuscita di una serata fantastica con degli amici. Le annotazioni col passare del tempo diventano facilmente sempre di più. E a questo punto ci sarebbe da chiederci dove sia sfuggito l’annesso collegamento ceco-italiano del solito 29. Il motivo è una mia nostalgia delle Follie al femminile e perché ho letto una statistica sulle donne ceche con il loro quinto posto in Europa per la grandezza del seno. Contrariamente all'immaginario collettivo non è sempre un affare e non tutte sono così contente di averlo e ringraziarne, perché:
-         si fa fatica a dormire sulla pancia
-         gli uomini nel parlare non guardano gli occhi
-         ci sono difficoltà a trovare il costume da bagno
-         senza lo specchio non si vede la parte bassa del proprio corpo
-         è meglio evitare di correre a prendere un pullman.
Invece quando il grande seno:
-         aumenta il favore durante un colloquio di lavoro
-         nell'affollamento contribuisce ad avere maggior spazio
-         assicura di essere al centro dell’attenzione
-         se si pesta un rastrello non si rischia di rompersi la testa
-         rende l’avere un airbag in macchina solo una spesa superflua
allora qualche annotazione nel diario dei ringraziamenti ci sta. 

18.5.16

Pubblicazioni


Game over racconto per l'Associazione Cascina Macondo: partecipazione a Scritturalia 2013

Il mio peggior Capodanno racconto sul Forum letterario “Inchiostro e Patatine”: partecipazione a gara di racconti 2013

Hodobo, una volta c’era la chat” romanzo di tematica amorosa, pubblicato con l'editore virtuale Youcanprint 2013

Adesso, mi piace” romanzo incentrato sull’amicizia, pubblicato con l’editore virtuale Youcanprint 2015
 

Più che una carezza racconto per Zanotti editore NUOVASOCIETA’, mensile di approfondimento e inchieste 2016

In questo periodo sta lavorando al terzo romanzo, ambientato a Torino


18.5.16

Biografia di Veronica Petinardi


Mezzo secolo fa è nata a Praga, da padre artigiano e mamma cuoca, in uno stato sotto il regime.

Nella vita praghese Veronica faceva da cicerone per la città e i dintorni. Cominciando a masticare un po’ d’italiano nasceva la voglia di andare a conoscere l'Italia, e un breve viaggio attraverso questo paese la spinse ad abbandonare quello natio. Ha vissuto in Emilia Romagna, in Lombardia e ora abita in Piemonte. Insieme ai tanti lavori ha sempre continuato a scrivere e infine ha cominciato la sua timida entrata nel mondo della scrittura una po’ più seriamente.









15.5.16

Mamme e mammi

Ecco il mio primo contributo.
Infatti, poco prima di aver ricevuto in dono mia figlia, me la passavo piuttosto male e pensavo che la vita non avesse granché per essere considerata e addirittura vissuta. Con questo non voglio dire che avevo istinti suicidi. Semplificando, dopo tanti anni, all'epoca ero in balia dell'essere convinta di aver sbagliato tutto, di vivere una vita che non mi apparteneva, di stare nei posti sbagliati, frequentare persone confuse, di non avere prospettive perché nell'oggi non avevo di che essere orgogliosa.“Il mondo decide sempre” (dal film “Le Crociate”) ed io aspettavo mia figlia. Un esserino piccolo per il quale io ero responsabile, non potevo più lasciar correre niente e dovevo pensare a come riuscire a farla stare al mondo bene e poi sulle sue gambe, giacché di famiglia non se ne poteva parlare. Per me era un’impresa ardua, partivo dai miei fallimenti precedenti, scoraggiata su un qualsiasi bene potessi aspettarmi ancora, in parte super convinta di essermi cercata tutto il fallimento da sola. Non mi aspettavo più nulla, non cercavo niente, giusto il momento, dicono, nel quale arriva la tua soluzione. Io ero in stato interessante.
Ok, perfetto, magnifico, ero strafelice anche se spaventata, per la mia consapevolezza di essere incapace a fare le cose per bene. Allora però ero fermamente decisa che quella volta sarebbe stato tutto diverso. Mentre pianificavo tutto e cullavo in me il desiderio che fosse una bambina, erano passati i primi tre mesi e non me ne ero neanche accorta, invece lei si era fatta sentire.
Una situazione spaventosa. Sembrava che qualcosa non andasse. In ambulanza dentro di me cercavo di comunicare con lei. Le dicevo che sarò una bravissima mamma. Le promettevo che avrei fatto di tutto affinché lei fosse felice. “Ti proteggerò, vedrai” dicevo e le facevo ricordare che appena avevo saputo che lei c’era avevo smesso di fumare, perché volevo il suo meglio, la amavo già e sapevo che tutto quello che le stavo dicendo e promettendo non sarebbe stato una passeggiata.
Tra una visita e l’altra avevo continuato ad accarezzare il posto dove pensavo che lei stesse e continuavo a parlare tra me a lei. Era ormai notte e mi avevano detto che l’ecografia si sarebbe fatta il mattino seguente, di cercare di stare tranquilla e poi se c’era il battito, che non si sentiva con lo stetoscopio …
Ditemi voi come potevo stare tranquilla. Certo, potevo, dovevo. Per lei. Avevo anche dormito qualche ora ma da sveglia continuavo a dirle quanto le volevo bene e come non vedessi l'ora di vivere con lei.
Al mattino non sentivo più dolore e con le carezze andavo alla eco, dove il dottore aveva alzato il volume al massimo perchè io potessi sentire “Hey ci sono”, il cuore di mia figlia mi aveva finalmente risposto, forte e chiaro.
Tra di noi nella notte precedente si era formato un legame fortissimo. Io avevo dato le mie premesse e lei era venuta da me. Tutte e due abbiamo superato la paura di questo mondo e insieme abbiamo intrapreso questo cammino speciale, di una mamma che ha deciso di vivere per sua figlia e di una figlia che è venuta al mondo per salvare la sua mamma. Tutto quello che è seguito è stata una reciprocità giornaliera, tra dolori e gioie, vissuta negli anni, tra me e lei, ed è diventato un rapporto molto speciale.


13.5.16

OGNI 13 DEL MESE

La storia della mia scrittura 
Andrea “Dria” Bisio è il mio ultimo relatore (senza togliere niente ai precedenti) e una delle sue frasi che preferisco è questa: “Veronica  scrive da sempre, ancora da prima di saper parlare e lei stessa non sapeva cosa stava facendo”.
Simpatico, lo confermo, è vero. Ognuno di noi ha dei primi ricordi, quando ci si rende conto di essere qui al mondo. Questi ricordi risalgono ad un'età piuttosto puerile, li ho sentiti raccontare da chi se li ricorda dalla culla.        
Il mio primo flashback risale a quando ero molto piccola, in piedi con una matita in mano e delle urla di mia madre. Una volta cresciuta era arrivata la spiegazione da mio padre, perché lui amava raccontare le mie avventure e disavventure per intrattenere amici e parenti. Quella della matita riguardava il mio probabile primo approccio alla scrittura e l’urlo di mia madre era dovuto al fatto che lo facessi sul muro. Ci tengo a precisare che mio padre non era un imbianchino, però è sempre stato, a modo suo, orgoglioso di me.
Ad ogni modo a ricordi fatti, penso davvero che la mia attitudine, se mi posso permettere, si sia manifestata in tutta la sua bellezza in quei primi ghirigori sul muro di casa nostra. Oltre alla prima reazione mia madre, reduce da un istituto artistico e per tutta la sua vita convinta che io sarei diventata una stilista (e per dio che gliela facessi pure questa!), si mise a insegnarmi a disegnare. L'accontentavo, perché a tutti i bambini piace disegnare qualcosa (anche gli elefanti sotto un cappello) però io ci scrivevo sempre sotto qualcosa, credo la didascalia. Pensando oggi alle sue urla iniziali e ai continui "perché" di mia madre sul mio scrivere, il manifestarsi della mia passione si era ritirata in luoghi nascosti, in attesa di chi la potesse un giorno risvegliare.
Io intanto scrivevo sempre e comunque, anche malgrado chi,  come qualche insegnante, non avesse un grande apprezzamento del mio esprimermi o, se invece ricevevo valutazioni favorevoli come nello scritto del test d’ingresso universitario o nelle collaborazioni sulle stesure delle tesi, evidentemente non ero pronta. Sento il dovere di ricordare a discolpa di mia madre, che nonostante io abbia seguito il suo sogno di fare la stilista, lei, quando ero ancora ragazza, mi aveva iscritta ad un corso di stenografia e battuta su macchina da scrivere, per poter avere una capacità, attuare un piano B. Effettivamente ho fatto la segretaria per un po’ di anni e in più guadagnavo degli extra per battere delle tesi universitarie grazie alla mia battitura veloce e precisa. Ovviamente utilizzavo il tempo ricavato per i miei scritti.
Continuavo ad accumulare i miei pensieri e fantasie, ai diari da bambina, adolescente, semi-adulta si aggiungevano gli scritti da innamorata, viaggiatrice, immigrata, sposata,  mamma. Tutti questi diari e fogli proliferi, e un numero esuberante di quaderni, mi seguivano nei miei spostamenti nel mondo fino a quando sono passata dalla macchina per scrivere, regalatami da mio padre, al computer, dove diventavano scritti virtuali.
Poi sono arrivati i floppy disk, e poi i cd. Il mio essere affascinata dalla nuova tecnologia era condiviso da un’incertezza nel salvaguardare i miei dati. Un paio di volte il mio PC rimase senza vita e dovetti portarlo da un tecnico per risuscitarlo. Questo con la macchina da scrivere non succedeva e quindi per essere tranquilla facevo backup continui e al posto dei fogli proliferavo cd. L’ultima versione sempre nella borsetta. Vai a capire il perché, forse sotto sotto dentro di me speravo di incontrare così per caso un editore, volevo essere sempre pronta per il treno che passa una volta sola.
Ho la fortuna di avere una grande amica, Michela, e a lei devo il mio risveglio. Lei è la mia vera prima lettrice e colgo l'occasione per ringraziarla, perché finora non ha smesso. Il suo spronarmi “Scrivi per gli altri e non solo per te e me” e il suo continui ripetermelo hanno fatto sì che mi decidessi dopo tante paure e dubbi. I suoi incoraggiamenti e il mio cd nella borsetta hanno avuto la meglio quando ho incontrato una delle mie più grandi tragedie, materialmente parlando. Detto in poche parole, ho perso tutto. Nella mia vita è passata una specie di un uragano, o un vulcano, o uno tsunami,  come preferite. La calamità mi ha fatto patire come una vittima e, lasciatemelo dire, non è un bel sentire, anche se ovviamente ringrazio per la vita che continua. Con il tempo il mio negativo l’ho messo sul foglio bianco, descrivendo una sofferenza e sentimenti difficilmente reperibili se non si passa in mezzo a un dolore vero. Banalmente detto, tutto serve nella vita, come la lunga elaborazione.
La cosa più importante di quanto è successo allora, è aver salvaguardato la vita di mia figlia.  Di poche cose materiali rimaste avevo il cd nella mia borsetta. Per me era un segno, un invito, l'unica briciola reale del mio passato, l'ultima versione salvata del mio romanzo "Hodobo, una volta c’era la chat". Non era ancora finito ma ce n'era già una buona parte.
Ecco la storia della mia scrittura.