martedì 1 settembre 2015


INTRODUZIONE

«… noi siamo solo piccolissime particelle e possiamo fare forse poco ma quel poco va fatto al meglio delle nostre possibilità»
Veronica Petinardi
Dedicato a tutti coloro che hanno la fortuna di essere considerati da qualcuno un vero amico.

sabato 29 agosto 2015

La stagione dei cetrioli,

veniva chiamata estate, a Praga, precisamente dalla fine di giugno, dal 30, quando chiude l’anno scolastico,  alla riapertura del primo di settembre, quando finivano le vacanze, le ferie, le partenze, il caldo e quindi l’estate.
Con i cetrioli, verdura da insalata preparata assiduamente nel mio paese d’origine e tanto più in tempi in cui si mangiava solo verdura di stagione, in estate si esagerava. Da qui il detto per sottolineare tutte le altre mancanze giustificate col bilanciamento dell’abbondanza di cetrioli.  

Forse anche i giornalisti erano in vacanza, forse la gente in ferie era più rilassata e combinava meno casini o forse ci si lasciava trasportare dalla noia per una volta l'anno, dalla malavoglia nel fare qualcosa. E quando si diceva “per forza c’è la stagione dei cetrioli”, era un po’ come dire in Italia “per forza, è Ferragosto”. Come i cetrioli consumati tutta l’estate, in Italia pure Ferragosto si estende fino a molto prima di avvicinarsi al giorno di Ferragosto, alla settimana prima di Ferragosto, al mese, periodo, un’epoca prima e dopo Ferragosto. Tanti non vedono l’ora che accada, c'è questa abitudine delle partenze in massa e prevalentemente in agosto perché una volta, quando c'erano tante fabbriche in Italia, a quelle veniva comodo chiudere i battenti e andare a rilassarsi tutti insieme. Avrà fatto pure bene allo spirito operaio pensare di andare in vacanza insieme al padrone.

I tempi sono cambiati. Come non ci sono più stagioni per i cetrioli, l’operaio sta quasi scomparendo. Invece Ferragosto tiene duro, come le brutte abitudini. Dopo l’estate torrida di quest’anno la popolazione della città di Torino si muoveva per le strade come zombie, e i discorsi giravano soltanto attorno al caldo e a quanto faccia soffrire tutti; appena una settimana prima dei temporali e prima della fatidica data di Ferragosto quando poi le temperature sono scese di colpo, la città si è spopolata ed è diventata così desertica. Come l'ho vista io e non me la sarei mai immaginata. Tolta la strada principale del centro, via Po e le due piazze confinanti, la gente si vedeva solo in fila davanti alla Mole, bastava voltare in una qualsiasi altra stradina e c'era l'abbandono con  le saracinesche abbassate.  Desolante, triste.

Solo di sera nei benedetti parchi di Torino si scopriva l’esistenza degli abitanti, perlopiù con i loro amici a quattro zampe, la gioventù, qualcuno che suonava la chitarra. Tutti a godersi un po’ di fresco  in una delle ultime serate dopo la giornata caldissima, a fare due chiacchiere, discutere di come far passare al meglio la giornata ai bambini, lasciar correre i cani e ascoltare un po’ di musica dallo stereo portatile messo lì dai ragazzi.  Anch’io uscendo di casa per la consueta passeggiata la sentivo da lontano mano a mano mi avvicinavo nella stradina senza passanti, come di solito, pensavo.
Invece no,  perché arrivavano due persone parlando piano tra di loro e quando si sono avvicinate  io di colpo  mi trovo di fronte al mio idolo , con tutta sorpresa, al momento dico solo,  tra me e me, “Ma è lui, davvero”! Benedetta stagione noiosa nella quale non succede niente d’interessante. In mezzo alla folla, magari no, ma potrebbe accadere di non vederlo a causa della troppa gente, al contrario mi è capitata questa fortuna nel periodo patronale di fuga dalla città. Io che non voglio, o solo non posso andare in vacanza, ho avuto questo regalo, una coincidenza e, lasciatemelo dire, un segno divino, in un periodo in cui si fanno certe riflessioni sul futuro, mancato il rilassamento delle ferie.  


 Gli corro dietro: “Mi scusi se la disturbo - alla mia età mi presento indiscretamente sfrontata - Potrebbe farmi un autografo?” gli chiedo avendo già in mano pronta la penna e il bloc-notes. Lui, solo e semplicemente: “Come si chiama?” e già lo scrive, il mio nome, poi il suo e riconsegnandomi tutto con un sorriso mi fa gli auguri per una buona estate. Scherziamo? In un attimo, l'ho fatta!
















mercoledì 29 luglio 2015

Le sanguisughe

Subito vengono in mente un vampiro o un pipistrello e, in questo periodo, le zanzare.  Giusto per rimanere nei miei ricordi “praghesi” penso a uno dei suoi detti; visto che il caldo incombe e purtroppo anche le reazioni umane in questi giorni stanno particolarmente schizzando (almeno io mi sono accorta di questo) mi è venuto in mente questo:

“Quello mi beve il sangue”.

A Praga si può sentire per indicare uno “scassatore” oltre la misura massima accettabile. Sono d’accordo che in italiano dire che uno “scassa” ha già la sua misura di insopportabilità incorporata.  Succede di incontrarne così e capite bene cosa intendo di certi limiti: si scappa a gambe levate, perché solitamente non c’è proprio niente che lo trattenga. Lui parla, parla, e se non ce la fai più lo abbandoni al suo divertimento. Sono convinta che lo faccia senza rendersene del tutto conto di quanto effettivamente rompa.

Invece uno che ti beve il sangue è proprio come un esercito di zanzare che continuano a beccarti e non la finiscono. Ti bevono il sangue, ti infastidiscono al punto da farti male, un male che si sente ancora dopo un certo pungiglione e che non smette tanto facilmente. Certi bevitori di sangue sono così fastidiosi che ti possano creare una forte allergia, come appunto certe zanzare che ti mandano al pronto soccorso. Quello che ti beve il sangue è uno che lo fa per mestiere, ti fa del male premeditatamente, è uno scassatore superaccessoriato che sa quello che fa e per lasciarti un ricordo, una frase sola, sa come colpirti.  Prima ti studia e ci va piano. Quando meno te lo aspetti, velocemente e senza pietà, lui (o lei) colpisce.  Questo sono i bevitori di sangue, che ti tirano fuori la vitalità che hai e della quale loro probabilmente sono golosi.   

“Chi di spada ferisce, di spada perisce”, un detto chiaramente italiano e come soluzione duellante nel risolvere un(a) sanguisuga non va più tanto di moda. Di fatto le sanguisughe feriscono con le parole, con una capacità tagliente tanto quanto la definiva un altro detto ceco: “Il taglio della spada riesce a cicatrizzarsi, quello della lingua mai”.  I trafitti, a forza di ricevere colpi, si adeguano e verso questa direzione il supercaldo spinge scattante.

Però nella vita tutto torna, anche in inverno.  Dopo i primi segni di formazione degli anticorpi contro gli scassatori, quando passa qualche sanguisuga di troppo, volendo o non volendo, si impara a combattere con la lingua, che con l’addestramento diventa sempre più affilata, tagliente o solo graffiante quanto basta per restituire il colpo o semplicemente per far capire all’avversario: “Piantala, ne sarei capace benissimo anch’io, se lo volessi”.

In lingua ceca si dice: “I mulini di Dio macinano piano ma determinatamente sicuri.” E’ come in “come semini, così raccogli”, anche se lì ci sono tante variabili non decise dal contadino che, pur seguendo la luna, non arriva a saperla così lunga come il proprietario dei mulini.



 Nel frattempo, rinfrescandosi, avverrà la tregua? 

lunedì 29 giugno 2015

Un cappello per viaggiare

Avevo un parente che faceva il conduttore del treno, quello che arrivando in stazione sbuffava e poi lasciava una firma indelebile di fuliggine, depositata per anni. L’odore era forte, non mi piaceva neanche viaggiare in quel treno unto. Mi piaceva il cappello del mio parente conduttore.

Ero molto piccola quando avevo visto la prima volta quel trenino stupidino; era piccolino, solo due vagoncini. Passava in mezzo alla campagna da un paesino all’altro, tutti erano seduti su delle panchine di legno che avevano un che di familiare alle costruzioni giocattolo. Il trenino passava da un posticino all’altro con orari flessibili, così una volta, uscito improvvisamente dalla curva, aveva portato una persona sull’ultima fermata e sulle rotaie era rimasto solo un cappello. 
           
In un cinema, tanti anni dopo, un trenino con le panche in legno veniva assalito dai banditi sulla sella di cavalli che correvano appresso alle rotaie. Con le pistole colmavano la distanza e l’esitazione del conduttore del treno. Il bottino veniva preso tutto e il capo dei banditi con la canna della pistola spostava in su il suo cappello, scoprendo un ghigno compiaciuto prima di riprendere la corsa per fuggire.


Oggi davanti alla biglietteria della Freccia non c’è un granché di fila. Anche allora non c’erano folle e così al bigliettaio, probabilmente annoiato, veniva un’espressione assonata. Prima che arrivasse il resto del biglietto pagato, però, ho avuto tempo di osservare bene il suo bel cappello: è anonimo, neanche la scritta “Freccia”.  

domenica 31 maggio 2015

"Adesso mi piace” di Veronica Petinardi

prefazione ed editing a cura di Marzia Carocci

E' indubbio che il mondo virtuale ci abbia in qualche modo coinvolti un po' tutti.
Social network, chat, navigazioni continue e tutto nella ricerca spasmodica di qualcosa che ci faccia sentire protagonisti di una nostra immagine, spesso inventata, creata per piacere, per conoscere, per non sentirsi soli.
Un mondo dove tutto può essere vero o distorto, sperato o cercato, un mondo dove la nostra identità può essere l'idea di chi vorremmo essere senza il bisogno di esporsi e di mostrarsi con i nostri limiti o difficoltà.
Il nostro modo di vivere ci fa rincorrere le ore dove il lavoro, la casa, la famiglia ci prendono gran parte della vita e delle giornate, lo spazio per noi stessi spesso diventa limitato o addirittura inesistente e il web apre le finestre socchiuse di un mondo dove al di là ci può essere di tutto, il bene, il male, il buono e lo sbagliato. E' tutto lì alla portata di un clic sulla tastiera, dove le nostre parole accompagnate da un nickname si mescolano ad altre parole di un altro pseudonimo che si descrive come vuole e si dimostra spesso diverso dalla propria realtà.
Il libro di Veronica Petinardi ci apre a quel mondo dove la comunicazione diventa un accesso, che ci fa vedere ciò che nella realtà è completamente difforme; incontri sbagliati, pericolosi, enfatizzati. Incontri che possono nuocere, rovinare e annientare le persone che si affidano alla pagina di vetro del PC.
La narrazione di “Adesso, mi piace” è fondamentalmente una storia di amicizia dove qualsiasi nodo, difficoltà o indecisione vengono rimossi, discussi e condivisi grazie al rapporto importante che si viene a creare tra un gruppo di amici che si mettono sempre in azione e in aiuto là dove l'amico ha difficoltà.
Una trama gradevole che ci porta con mano nella vita di alcuni ragazzi, ragazzi con storie diverse, esperienze distinte ma che alla base hanno il rispetto e la considerazione dell'importanza che l'amicizia possiede.
Un viaggio letterario dove l'amore, la delusione, il tradimento, la paura e l'insicurezza dominano il plot del romanzo e dove ognuno di noi sente di partecipare con simpatia e curiosità alle varie vicende dei giovani protagonisti.
Impareremo a conoscere ognuno di loro, con i loro pregi e difetti, le loro difficoltà e la grande umanità. Ci saranno Taty, Mara, Dobias, Marco, Deniel e la voce narrante di “Una su mille” che impareremo ad amare, a volere aiutare, ad abbracciare perché la sua amicizia si sente palpitare fra le righe, nelle parole, nelle attese, nelle speranze. Tra queste voci dal suoni che impareremo a conoscere, udremo risate, pianti, sospiri, ma ci sarà anche il vagito di Maél che saprà ridare luce e speranza dove ad un tratto appaiono il buio e l'ombra di anime arrese.
Un libro moderno dove il sentimento è alla base di tutto e dove il web diventa futuro, anche se non potrà mai soppiantare i rapporti umani.
Che dire da parte mia? “Adesso mi piace”
                                                                                     Marzia Carocci

venerdì 29 maggio 2015

Le follie al femminile - Non si preoccupi


Una donnetta, ragazzina di qualche decennio fa tuttavia vivace e molto conscia di sé e del circondato, entra nella metro appena prima del fischio e immediatamente fa alzare un ragazzone dal sedile. Tutto regolare, lui era seduto sul posto riservato a chi ne ha diritto.  Secondo me tanto regolare non è, perché il ragazzone neanche ci si doveva sedere, tanto per cominciare. Lui non fa una piega e rimane in piedi fino a quando la signora si alza di colpo, mentre il treno viaggia, invitando il ragazzo a risedersi perché lei, indicando con un dito, andrà a prendere un posto di là. Prosegue verso la punta del treno dove spesso e volentieri vanno a sedersi tutti, perché là ci si sente alla guida del treno visto che la metro di Torino viaggia senza conducente. Un po’ come a Gardaland, sarà questo il motivo per cui quei posti sono riservati soprattutto ai bambini.

La mia meraviglia non finisce qui. La signora, io e il ragazzone di prima scendiamo alla stessa fermata e proseguiamo, sempre noi tre insieme, nell'ascensore. La signora appena si chiude la porta si rivolge al ragazzone: “Grazie per il posto di prima, ma sai sono caduta” e a questo punto srotola i pantaloni per farci vedere il ginocchio abbacchiato.                        
“Non c'è di che” risponde il ragazzone con un sorriso e la signora aggiunge: “Boh, poi io avrei anche 69 anni, quindi...”.

Siamo usciti, il ragazzo sparisce e io e la signora avviamo verso l'ultima scala mobile.  
“Sa - dice a me sulla scala - sentivo di doverglielo dire”. 
“Io penso proprio di no” le rispondo, visto che si è rivolta a me. A mio parere quel ragazzo lì non ci si doveva sedere neanche e alla signora dico la mia convinzione; lei, altrettanto convinta, mi dice che pensa di avergli fatto un favore, al ragazzo. 
“Non capisco - dico io - si tratta di educazione, dovrebbe saperlo oramai, no?”.
“Assolutamente sì - risponde lei - ma, evidentemente, a casa non gliel'ha insegnato nessuno”. Se per questo, penso io, nemmeno a scuola, ma dico: “Quindi?”. 

Lei, mentre camminiamo sempre insieme, mi racconta: “Sa, io ho adottato un ragazzo africano, non gli ho mai, e dico mai, dato niente senza che se lo meritasse. Ora è grande, è andato in America. Mi ha raccontato che un giorno, in un pullman, si è alzato per fare posto ad una persona anziana. Oltre ad avere una certa età, mi ha raccontato mio figlio, era un uomo robusto. Mentre si sedeva a fatica osservava incredulo mio figlio e poi gli ha chiesto: “Ma tu da dove vieni?!”. Dopo aver ricevuto la spiegazione ha aggiunto “Complimenti a tua mamma”.  Continuavo a non capire però lei proseguiva:“Io oggi ho fatto un favore a quel ragazzo, perché io sono una persona estranea che lo ha ringraziato per qualcosa che, sì, poteva fare da solo ma per la quale non si aspettava di essere ringraziato, non crede?”.
“Sì - dico finalmente - pensa che non se lo scorderà.“ La signora interrompe la mia riflessione “Almeno lo spero” dice mentre aspettiamo alla fermata del pullman. “Spero che i ragazzi di oggi abbiano la memoria meno corta dei loro genitori”. La signora va avanti come una macchinetta: “Sa, negli anni 70 io stavo in Svizzera, e sa cosa c'era scritto sui cartelli davanti ai ristoranti allora?”. Non aspetta il mio no e risponde subito:“Vietato entrare ai cani e agli italiani!”
Lo ammetto: non lo sapevo. Non potevo esserci e nessuno mi ha raccontato una cosa del genere, pronuncio solo un “però”. Lei, forse prendendolo come mia incredulità, continua:

“Proprio così, adesso come si comportano gli italiani, i genitori di questi ragazzi di oggi? Cosa gli hanno insegnato? Cosa gli insegnano? Il vuoto, non ci sono, e se ci sono chissà cosa pensano, - fa le sue considerazioni -cosa fanno per questo paese e come si comportano con gli stranieri?”. Penso a me, a come spesso sembrino argomenti lontanissimi per la fretta nel non riflettere abbastanza, ma a quel punto arriva il nostro pullman. Si vede che quest’oggi dovevo fare tutto il mio viaggio con la signora. Siamo salite sul pullman ma io invece di risponderle la saluto, perché devo scendere subito alla prossima fermata. Mi fa un saluto anche lei continuando ad andare avanti. Qualche fila di sedili più in là arriva speditamente e già fa alzare un’altra persona poi, girandosi verso di me, con voce appena più alta aggiunge: “Non si preoccupi, tutto il mondo è solo un paese” con il suo inconfondibile accento francese.

venerdì 1 maggio 2015

Ora disponibile il nuovo ebook "Adesso, mi piace"

Sui maggiori store da oggi puoi scaricare "Adesso, mi piace" il mio nuovo ebook in collaborazione con Ludmila Gabusi


Particolare da leggere, senza bisogno del dizionario, e con uno dei protagonisti nel quale immedesimarsi. Uno stile, cresciuto forse come la gramigna quando con le radici della lingua slava l’autrice è arrivata in Italia. Qui il suo pensiero madre, un po’ per caso, un po’ per forza e pure volontariamente, si è integrato con la lingua latina.


La narrazione di “Adesso, mi piace” è fondamentalmente una storia di relazioni e comunicazione, di rispetto e considerazione dell’importanza che l’amicizia possiede. Ognuno di noi si trova nella vita a dover risolvere  delle questioni serie. Un giorno o l’altro ci troviamo in una situazione di quelle di cui sentiamo parlare dagli altri e nel nostro intimo abbiamo paura, pensiamo “spero che a me non succeda”. Eppure, inaspettatamente, qualcosa crolla e tutto è sprofondato.  Anche se pensavamo di riuscire a prepararci a situazioni simili, in quella che accade a noi ci troviamo mancanti e non riusciamo ad agire.