18.5.16

Pubblicazioni


Game over racconto per l'Associazione Cascina Macondo: partecipazione a Scritturalia 2013

Il mio peggior Capodanno racconto sul Forum letterario “Inchiostro e Patatine”: partecipazione a gara di racconti 2013

Hodobo, una volta c’era la chat” romanzo di tematica amorosa, pubblicato con l'editore virtuale Youcanprint 2013

Adesso, mi piace” romanzo incentrato sull’amicizia, pubblicato con l’editore virtuale Youcanprint 2015
 

Più che una carezza racconto per Zanotti editore NUOVASOCIETA’, mensile di approfondimento e inchieste 2016

In questo periodo sta lavorando al terzo romanzo, ambientato a Torino


18.5.16

Biografia di Veronica Petinardi


Mezzo secolo fa è nata a Praga, da padre artigiano e mamma cuoca, in uno stato sotto il regime.

Nella vita praghese Veronica faceva da cicerone per la città e i dintorni. Cominciando a masticare un po’ d’italiano nasceva la voglia di andare a conoscere l'Italia, e un breve viaggio attraverso questo paese la spinse ad abbandonare quello natio. Ha vissuto in Emilia Romagna, in Lombardia e ora abita in Piemonte. Insieme ai tanti lavori ha sempre continuato a scrivere e infine ha cominciato la sua timida entrata nel mondo della scrittura una po’ più seriamente.









15.5.16

Mamme e mammi

Ecco il mio primo contributo.
Infatti, poco prima di aver ricevuto in dono mia figlia, me la passavo piuttosto male e pensavo che la vita non avesse granché per essere considerata e addirittura vissuta. Con questo non voglio dire che avevo istinti suicidi. Semplificando, dopo tanti anni, all'epoca ero in balia dell'essere convinta di aver sbagliato tutto, di vivere una vita che non mi apparteneva, di stare nei posti sbagliati, frequentare persone confuse, di non avere prospettive perché nell'oggi non avevo di che essere orgogliosa.“Il mondo decide sempre” (dal film “Le Crociate”) ed io aspettavo mia figlia. Un esserino piccolo per il quale io ero responsabile, non potevo più lasciar correre niente e dovevo pensare a come riuscire a farla stare al mondo bene e poi sulle sue gambe, giacché di famiglia non se ne poteva parlare. Per me era un’impresa ardua, partivo dai miei fallimenti precedenti, scoraggiata su un qualsiasi bene potessi aspettarmi ancora, in parte super convinta di essermi cercata tutto il fallimento da sola. Non mi aspettavo più nulla, non cercavo niente, giusto il momento, dicono, nel quale arriva la tua soluzione. Io ero in stato interessante.
Ok, perfetto, magnifico, ero strafelice anche se spaventata, per la mia consapevolezza di essere incapace a fare le cose per bene. Allora però ero fermamente decisa che quella volta sarebbe stato tutto diverso. Mentre pianificavo tutto e cullavo in me il desiderio che fosse una bambina, erano passati i primi tre mesi e non me ne ero neanche accorta, invece lei si era fatta sentire.
Una situazione spaventosa. Sembrava che qualcosa non andasse. In ambulanza dentro di me cercavo di comunicare con lei. Le dicevo che sarò una bravissima mamma. Le promettevo che avrei fatto di tutto affinché lei fosse felice. “Ti proteggerò, vedrai” dicevo e le facevo ricordare che appena avevo saputo che lei c’era avevo smesso di fumare, perché volevo il suo meglio, la amavo già e sapevo che tutto quello che le stavo dicendo e promettendo non sarebbe stato una passeggiata.
Tra una visita e l’altra avevo continuato ad accarezzare il posto dove pensavo che lei stesse e continuavo a parlare tra me a lei. Era ormai notte e mi avevano detto che l’ecografia si sarebbe fatta il mattino seguente, di cercare di stare tranquilla e poi se c’era il battito, che non si sentiva con lo stetoscopio …
Ditemi voi come potevo stare tranquilla. Certo, potevo, dovevo. Per lei. Avevo anche dormito qualche ora ma da sveglia continuavo a dirle quanto le volevo bene e come non vedessi l'ora di vivere con lei.
Al mattino non sentivo più dolore e con le carezze andavo alla eco, dove il dottore aveva alzato il volume al massimo perchè io potessi sentire “Hey ci sono”, il cuore di mia figlia mi aveva finalmente risposto, forte e chiaro.
Tra di noi nella notte precedente si era formato un legame fortissimo. Io avevo dato le mie premesse e lei era venuta da me. Tutte e due abbiamo superato la paura di questo mondo e insieme abbiamo intrapreso questo cammino speciale, di una mamma che ha deciso di vivere per sua figlia e di una figlia che è venuta al mondo per salvare la sua mamma. Tutto quello che è seguito è stata una reciprocità giornaliera, tra dolori e gioie, vissuta negli anni, tra me e lei, ed è diventato un rapporto molto speciale.


13.5.16

OGNI 13 DEL MESE

La storia della mia scrittura 
Andrea “Dria” Bisio è il mio ultimo relatore (senza togliere niente ai precedenti) e una delle sue frasi che preferisco è questa: “Veronica  scrive da sempre, ancora da prima di saper parlare e lei stessa non sapeva cosa stava facendo”.
Simpatico, lo confermo, è vero. Ognuno di noi ha dei primi ricordi, quando ci si rende conto di essere qui al mondo. Questi ricordi risalgono ad un'età piuttosto puerile, li ho sentiti raccontare da chi se li ricorda dalla culla.        
Il mio primo flashback risale a quando ero molto piccola, in piedi con una matita in mano e delle urla di mia madre. Una volta cresciuta era arrivata la spiegazione da mio padre, perché lui amava raccontare le mie avventure e disavventure per intrattenere amici e parenti. Quella della matita riguardava il mio probabile primo approccio alla scrittura e l’urlo di mia madre era dovuto al fatto che lo facessi sul muro. Ci tengo a precisare che mio padre non era un imbianchino, però è sempre stato, a modo suo, orgoglioso di me.
Ad ogni modo a ricordi fatti, penso davvero che la mia attitudine, se mi posso permettere, si sia manifestata in tutta la sua bellezza in quei primi ghirigori sul muro di casa nostra. Oltre alla prima reazione mia madre, reduce da un istituto artistico e per tutta la sua vita convinta che io sarei diventata una stilista (e per dio che gliela facessi pure questa!), si mise a insegnarmi a disegnare. L'accontentavo, perché a tutti i bambini piace disegnare qualcosa (anche gli elefanti sotto un cappello) però io ci scrivevo sempre sotto qualcosa, credo la didascalia. Pensando oggi alle sue urla iniziali e ai continui "perché" di mia madre sul mio scrivere, il manifestarsi della mia passione si era ritirata in luoghi nascosti, in attesa di chi la potesse un giorno risvegliare.
Io intanto scrivevo sempre e comunque, anche malgrado chi,  come qualche insegnante, non avesse un grande apprezzamento del mio esprimermi o, se invece ricevevo valutazioni favorevoli come nello scritto del test d’ingresso universitario o nelle collaborazioni sulle stesure delle tesi, evidentemente non ero pronta. Sento il dovere di ricordare a discolpa di mia madre, che nonostante io abbia seguito il suo sogno di fare la stilista, lei, quando ero ancora ragazza, mi aveva iscritta ad un corso di stenografia e battuta su macchina da scrivere, per poter avere una capacità, attuare un piano B. Effettivamente ho fatto la segretaria per un po’ di anni e in più guadagnavo degli extra per battere delle tesi universitarie grazie alla mia battitura veloce e precisa. Ovviamente utilizzavo il tempo ricavato per i miei scritti.
Continuavo ad accumulare i miei pensieri e fantasie, ai diari da bambina, adolescente, semi-adulta si aggiungevano gli scritti da innamorata, viaggiatrice, immigrata, sposata,  mamma. Tutti questi diari e fogli proliferi, e un numero esuberante di quaderni, mi seguivano nei miei spostamenti nel mondo fino a quando sono passata dalla macchina per scrivere, regalatami da mio padre, al computer, dove diventavano scritti virtuali.
Poi sono arrivati i floppy disk, e poi i cd. Il mio essere affascinata dalla nuova tecnologia era condiviso da un’incertezza nel salvaguardare i miei dati. Un paio di volte il mio PC rimase senza vita e dovetti portarlo da un tecnico per risuscitarlo. Questo con la macchina da scrivere non succedeva e quindi per essere tranquilla facevo backup continui e al posto dei fogli proliferavo cd. L’ultima versione sempre nella borsetta. Vai a capire il perché, forse sotto sotto dentro di me speravo di incontrare così per caso un editore, volevo essere sempre pronta per il treno che passa una volta sola.
Ho la fortuna di avere una grande amica, Michela, e a lei devo il mio risveglio. Lei è la mia vera prima lettrice e colgo l'occasione per ringraziarla, perché finora non ha smesso. Il suo spronarmi “Scrivi per gli altri e non solo per te e me” e il suo continui ripetermelo hanno fatto sì che mi decidessi dopo tante paure e dubbi. I suoi incoraggiamenti e il mio cd nella borsetta hanno avuto la meglio quando ho incontrato una delle mie più grandi tragedie, materialmente parlando. Detto in poche parole, ho perso tutto. Nella mia vita è passata una specie di un uragano, o un vulcano, o uno tsunami,  come preferite. La calamità mi ha fatto patire come una vittima e, lasciatemelo dire, non è un bel sentire, anche se ovviamente ringrazio per la vita che continua. Con il tempo il mio negativo l’ho messo sul foglio bianco, descrivendo una sofferenza e sentimenti difficilmente reperibili se non si passa in mezzo a un dolore vero. Banalmente detto, tutto serve nella vita, come la lunga elaborazione.
La cosa più importante di quanto è successo allora, è aver salvaguardato la vita di mia figlia.  Di poche cose materiali rimaste avevo il cd nella mia borsetta. Per me era un segno, un invito, l'unica briciola reale del mio passato, l'ultima versione salvata del mio romanzo "Hodobo, una volta c’era la chat". Non era ancora finito ma ce n'era già una buona parte.
Ecco la storia della mia scrittura.

8.5.16

MAMME E MAMMI

MAMME E MAMMI

 

A tutte le mamme e i mammi che
non chiedono mai,
sono di regola e sregolati
sono in affido, adottati, affidati, preferiti
sono single, separati, divorziati, ragazzi, dedicati, decisi, presenti, d’esempio, lontani, assillanti 
sbagliano tantissimo, si sono pentiti e si sono ricreduti, non hanno ceduto, hanno dovuto abbandonare
hanno passato anni in carcere, hanno sacrificato la loro vita,
fanno spesso scelte coraggiose e disuguali dai soliti sentieri
piangono spesso e sanno ridere nonostante tutto
lasciati e se stessi, rialzati, combattuti, persi e vinti
noiosi, petulanti, ripetitivi,
divertenti, giocosi, amiconi
hanno il privilegio di sentire la sensazione leggera e forte nello stesso tempo di aver fatto di tutto e nel miglior modo possibile in quel lavoro duro che ci vuole per qualsiasi passione, per ogni azione presa sul serio, a tutti loro con i tanti dolori e le piccole gioie
un augurio per una giornata speciale, per una buona festa nel loro cuore


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1.5.16

CAPITOLO 10 La aiuto a togliere la sua maglietta

«Certo che hai fatto bene e io sono strafelice, ho il più grande figo della terra che diventerà mio marito, pensi che questo non valga un profumo!?»
Mara si infila un paio di jeans e mentre scendiamo le scale mi bacia ogni due gradini, giù si scusa: «Però mi dispiace, non volevo, hai preso proprio quello che mi piaceva!!»
«Il profumo si ricompera, se tu fossi una “esse-ti-erre”, sarei convinto che l’hai fatto di proposito!»
«Apposta? Come? Come facevo a sapere che mi avresti detto una cosa così grandiosa?»
«Infatti, lo so, ma tu saprai anche che questo profumo non se ne andrà via per un bel po’, si sarà impregnato dappertutto», poi mi infilo la tuta.
Lei comincia a preparare il tavolo e di colpo esordisce «Così anche quando andrò, rimarrà il mio profumo!»
«Appunto, era quello che intendevo.»
«Hahaha adesso ho capito! No, non sono maliziosa, non sono stron… »
«Lo so, a una “esse-ti-erre” non avrei mai fatto la domanda importante, e tu non te ne andrai più via, quindi tutto risolto!»
«Ma, la domanda importante dici? Hihih» va avanti la testolina beccandomi sul fatto.
«Hai ragione, mi hai colto impreparato, però l’avevo in mente» lei imbroncia il suo bel musetto e io: «Giuro,credimi, ora rimedio, ma ti prego prima dammi la possibilità di mettere qualcosa nello stomaco!»
Invece lei prima mi bacia, poi si dirige verso il frigorifero e cerca di tirare fuori ogni cosa possibile. La aiuto prendendo il pane «Guarda, è qui dove lo tengo.» Condisce i suoi preparativi con piccoli bacetti, quelli che da soli dicono “non dimenticare la portata importante”. Penso di poter mettere la sua ansia in sospensione con «Un’ultima cosa» e prendo la bottiglia di champagne fresco «Vedrai, ci vorrà un attimo e sarò di nuovo in forma!»
«Lo so, in un lampo, ah ah!»
«Non vorrai mica un marito denutrito?!»
«Lo hai detto?» Mentre mangia a piccoli morsetti io mi meraviglio di come faccia a non divorare il cibo dopo tutto il movimento di stanotte e i suoi salti sul letto di poco prima. Contro la mia abitudine le rispondo con la bocca piena «Sì, l’ho detto, ma aspetta» mi alzo e vado a prendere la mia valigia che avevo lasciato nell'atrio al nostro arrivo. «Intanto questo è per dimostrarti che l’intenzione a brindare con te c’era» e tiro fuori la mia bottiglia francese dal fondo della valigia. Dal suo tono di voce pare titubante «A quanto sembra...» però, sorridendo, aggiunge «Sarai abituato a brindare» rivolgendo un’occhiata alla bottiglia sul tavolo, presa prima dal frigorifero.
«Sì, amore mio con i tuoi piccoli artiglietti, come tu ben sai io ho Nica, e lei invece sa cosa intendo io quando la chiamo prima di tornare a casa.»
«Va bene, scusa, non intendevo dubitare delle tue intenzioni.»
«Scusata ma fidati, io sono suscettibile a certe affermazioni anche perché...» intanto vado a prendere la bottiglia dal tavolo, quella che è stata tenuta al fresco, «Ora aprirò questo vino e tu prenderai questi due bicchieri» indico un oggetto alla volta «E poi con tutto te ne andrai buona buona di sopra, accenderai la musica e mi aspetterai. Puoi farcela?»
Mi guarda, forse sconcertata dal mio tono autoritario. Come godo quando riesco a spiazzare qualcuno, pure il mio amore, che risponde solo «Sì, certo», raccoglie tutto e poi comincia a salire lentamente le scale. Prima di arrivare in cima si gira e dice «Prima metto a posto i vetri per terra» perché si sa, le donne intuiscono, magari non al volo, ma quando ci arrivano devono fare un po’ finta. Le spiego quasi urlando dove dovrebbe essere tutto l’occorrente e le raccomando di stare attenta.

Metto il cibo nel frigorifero e tutto il resto sta dov'è. Ancora un paio di cose e poi quella importante, ci vuole un po’ ad aprire il mio nascondiglio e trovare quello che ho in mente. Sento la musica, ora posso spegnere le luci e salire per raggiungerla. Sono tranquillo, sono convinto, perché tanto la parola l’ho detta e il resto è solo una formalità, però si sa, le donne ci tengono.
Il mio splendore mi sta aspettando sul lettone con un’aria impacciata che vorrebbe sembrare indifferente ma a me non la fa. Anche se sento di nuovo della tenerezza verso di lei questa è un’occasione che non posso lasciarmi sfuggire. Mi siedo dall'altra parte del letto e metto in piazza un “innocuo” discorso, tanto per far salire un poco la tensione, perché questo momento nella mia vita sarà irripetibile, non accadrà mai più, questa è la volta buona, lo so e quindi ci vuole un po’ di buona regia.
«Ti piace la casa? Adesso che hai visto anche la cucina come ti trovi?»
«Mi piace tantissimo, mi sento molto bene.» Raccoglie le ginocchia avvolgendole con il proprio abbraccio. La sua piccola insicurezza la rende dolcissima.
«Non sei più tanto allegra, sei stanca?»
«Sì sono stanca.» Spero che in futuro non mi faccia pagare questa piccola tortura, come dicono le leggende metropolitane sulle mogli che non si devono far arrabbiare per non istigarle alla vendetta.
«Anch'io, forse sono rilassato.» Sì, sono un maledetto calcolatore, so benissimo che a una donna, mentre aspetta qualcosa di importante, parlare di rilassamento fa l’effetto contrario «Allora ci vuole un dolce per tirarci su» aggiungo ancora, perché penso che dirla tutta e subito sarebbe banale, infatti con la mia previsione lei continua ad avere il broncio, come per dire “potevamo farlo pure di sotto, a che servono altrimenti la musica e lo champagne fresco?”. La mia ragazza deve avere i suoi sogni realizzati, lei non dovrà avere la mancanza di quel qualcosa che potevo fare per renderla felice. Il mio compito di adesso è quello di creare un degno ricordo.

Allora mi alzo, come indifferente, e le dico «Forse sono K.O, non so se ce la faccio ancora, sai?» e mi giro per nascondere un mio sghignazzo sul suo «Anch'io, amore.» Vado fuori dalla camera dove ho lasciato un vassoio e torno indietro per sfoderare la pasticceria rimasta in fondo al frigorifero durante lo spuntino «Ti vanno questi dolcetti?» Non l’ho divertita, peccato, è giù di tono, fa niente. Sono bastardo, dicono che ho questa componente, ma altrimenti come riuscirei a concludere gli affari con altri bastardi? Non c’entra, è vero. Mara rimane educata, tranquilla, ma sono sicuro che un certo pensiero la turbi.
Le do un pasticcino in bocca, appoggio i dolcetti sulla panca e prendo la bottiglia per andare dalla parte opposta del letto «Per favore puoi passarmi i bicchieri?» le faccio un'altra domanda irrilevante, tanto perché lei si giri, così posso approfittarne per prendere dalla mia tasca quello che aggiungerò al nostro brindisi. Quando mi passa il bicchiere ci vuole un po’ di destrezza e per riuscirci chiedo a Mara di tenere il suo bicchiere. Rovescio il vino, appoggio la bottiglia a terra e mi allungo verso di lei per fare “cin” ma non è ancora il momento giusto. «Tu lo sai con chi ti stai legando?»
«Sì, Dobias, io ti amo.»
«Ottima risposta, ma non basta.» Forse Mara, adesso, è disorientata ma è sempre lei quella che mi fronteggiava da spavalda nell'albergo dove l’avevo trovata con un contratto assurdo in mezzo alle mondane. Continuo a tirarla, non per farla arrabbiare anche se potrebbe mancare poco, ma io devo sentire qualcos'altro. «Ho un uomo desiderato sicuramente da tante donne», sottolinea lei, «Ma qui ci sono io» spiega piano ma consapevolmente, io aspetto ancora.
«Ci sono non perché mi hai salvata a Trento ma per come lo hai fatto» fa il suo piccolo sorsetto e aggiunge poi: «Non credo esista un altro uguale a te e per questo io ti voglio, io ti amo, e questo a me basta.»
Accidenti a me, lo ha detto, proprio quello che volevo sentire, lo sapevo, esulto nella mia mente e al mio amore dico «Sei un mito, è per questo che ti voglio, mi piaci da morire e ti amo anch'io» apro la mia mano sopra il suo bicchiere e faccio scivolare giù la collanina di mia nonna «Mara, vuoi diventare mia moglie?»
Per le scintille riaccese nei suoi occhi farei pazzie, seppur ho temuto per un istante impercettibile che pure lo champagne facesse la fine del profumo, per il modo in cui si è alzata di scatto e ha pronunciato con fermezza un «Sì» forte e chiaro, come l’accettazione di un incarico da un grande ufficiale. Convinta della sua felicità, finora soppressa, dà sfogo a una riserva infinita di lacrime. Pure io sono felice anche se mi sento, ma solo un pochino, in colpa per essere soddisfatto sull'esito della mia regia. Le asciugo le lacrime con il lenzuolo «Perché, piccola, non era chiaro già da un bel po’, anzi direi subito dall'inizio, che dovevi essere mia?»
«Sì, ma così è cristallino» piagnucola ancora e io, per quello che le sto per dire, so che sto affondando, senza salvezza e definitivamente, nel mondo di una femmina, ma non ho scampo.
«Ok» prendo un respiro e continuo «Ora è ufficiale, io sono assolutamente serio, quello che ho detto l’ho detto perché sono convinto. Non l’ho mai pronunciato e anche se ci conosciamo da poco tempo io so la cosa più importante, quella che conta», prendo ancora un respiro e lo dico «Sono innamorato di te, per me è la prima volta e so che voglio stare con te, solo con te.» Un altro respiro e puntualizzo ancora «Quello che ci siamo detti oggi è importante ma io voglio fare le cose per bene e voglio che tu finisca prima la tua università, questa è la mia unica condizione ma questa catenina è il mio impegno serio, era di mia nonna».
In un primo momento, dopo l’“O.K” sembrava si stesse calmando, alla parola “innamorato” gli occhi però erano diventati lucidi, con la parola “università” sono ricominciate le lacrime, arrivato alla “nonna” era tutto un singhiozzo che interrompeva le sue parole «Come fai a capire sempre tutto, come fai a dire qualsiasi cosa così perfettamente?» Boh cara mia, le donne credo di conoscerle bene (dico nella mia mente), con lei invece cerco di essere cauto «Lo dici tu, perché mi vedi con gli occhi dell’amore, ed io me ne sto approfittando prima che saltino fuori i miei difetti.»
«Ma come fai a dire di avere difetti? Tu sei unico» e giù, ancora pianti.
«Hm certo, per te è come deve essere, e basta piangere se no dubito che non sei felice!»
«Sono felice, sono felicissima, ti amo da impazzire e facciamo tutto come vuoi tu!»
«Allora te la metti o no la catenina?» Cerco di smorzare i toni con voce scherzosamente decisa.
Mara prende la catenina dal bicchiere che tutt'ora teneva, giustamente, come una reliquia, anche se la nonna sta benissimo e mi viene da pensare a come saranno tutti sorpresi, specialmente lei alla sua età.

«Questo oggetto è una cosa sicuramente molto importante per te, è di famiglia.» Un altro singhiozzo «Come lo sarai tu, dai, basta» e la aiuto a metterla.
Si asciuga le lacrime e si alza per andarsi a specchiare.
«È veramente molto bella, grazie Dobias.»
La raggiungo per baciarla, lei è molto dolce e tenera, sembra un pulcino ritrovato fuori casa in mezzo a una pioggia salata. Le accarezzo la testa, i capelli, la bacio sulle palpebre. Lei mi ricambia con baci quasi timidi e fa riapparire il ricordo di quando affondava nella poltrona di quell'albergo vedendomi per la prima volta nudo. Era un secolo fa, adesso la mia biondina ha un cacciatore che sbrana chiunque si avvicini a lei.
Ho voglia di fare l’amore. Mi spoglio davanti a lei e la aiuto a togliere la sua maglia per farla rimanere nel suo intimo nuovo e con la sua collanina. Stringo Mara vicina a me, la tengo stretta a lungo, la voglio, per sempre. Nell'aria si sente il suo quasi profumo. Descrivo il suo viso con le mie dita «Io ti amo amore mio». Lei si spoglia da sola e io, come per darle protezione, la stringo di nuovo a me, cerco di essere tenero e delicato. Lei mi asseconda, è un’amante perfetta, quella giusta da sposare. Voglio darle il massimo, voglio farle sentire la mia forza su cui potrà contare.